Nuova forma d’arte, denuncia politica o narrazione sociale? Le mille sfumature del selfie

Nuova forma d’arte, denuncia politica o narrazione sociale? Le mille sfumature del selfie

Nell’immaginario comune la parola “selfie” suggerisce immediatamente l’idea di una ragazza ammiccante che si scatta una foto, o di qualcuno che, in una situazione estrema o particolare, decide di immortalarla: sintomi per molti di una cultura sempre più ossessionata da se stessa e dalla propria rappresentazione. Ma per altri in realtà i selfie hanno implicazioni sociali e politiche molto più profonde degli stereotipi che costellano questo fenomeno: nel suo nuovo libro “The Selfie Generation” l’autrice Alicia Eler ribalta gli stereotipi tradizionali per descrivere il selfie come uno strumento potente di espressione dell’era digitale.

La scrittrice suggerisce una prospettiva interessante: lungi dall’idea che il selfie sia solo ed unicamente un fenomeno narcisistico, questi strumenti sono stati fondamentali, afferma Alicia Eler, per potenziare la visibilità di minoranze o gruppi specifici come le comunità LGBT o quelle dei migranti e dei rifugiati. Come di fronte ad uno specchio, ci spiega l’autrice, queste nuove soggettività esprimono loro stesse senza paura di apparire uniche o “diverse”.

In passato la Eler aveva già avanzato questa ipotesi con un articolo dal titolo “The Feminist Politics of #Selfies”, incentrato sul tema delle donne e degli autoscatti, per scardinare l’idea che i selfie siano “un grido di aiuto” come qualcuno li aveva definiti: nonostante il pubblicare una foto ponga inevitabilmente il soggetto sotto gli occhi di tutti, quest’atto secondo Eler ha anche il merito di creare una rete globale di supporto potenziale in caso di bisogno.

Alicia Eler fa una lunga ed articolata analisi del fenomeno, partendo dal 2013 come data simbolo di un cambiamento epocale: quell’anno la parola “selfie” veniva eletta parola dell’anno dall’Oxford Dictionaries, e contemporaneamente questi autoritratti moderni diventavano ufficialmente onnipresenti. Anche il potere politico, sostiene Eder, viene sempre più influenzato e coinvolto nell’utilizzo di questo tipo di comunicazione: “si scopre di poter avere visibilità attraverso una logica diversa, utilizzando immagini, hashtag e eventi iconici comuni e condivisi”.

Il selfie come specchio della realtà.

In The Selfie Generation la Eler fa riferimento anche ad una generazione di artisti emergenti come Peregrine Honig, che ha creato una mostra tutta incentrata sul selfie, e Brannon Rockwell-Charland, che usa i selfie per creare le sue opere.

Ecco perché il selfie, secondo Alicia Eler, funge da metafora di un momento unico in cui, come sosteneva Francisco de Goya, “la verità è morta”. Per molti i selfie hanno il potere di mettere in discussione le premesse di base dell’autenticità di qualsiasi discorso artistico, sociale o politico. La Eler invece solleva una domanda interessante: la “post-verità” sta emergendo quale caratteristica dominante della nostra contemporaneità ma strumenti come i selfie, i social media o internet non possono essere incolpati di questa strana realtà. Che essi possano aiutarci a capirla?

Fonte: Nuova forma d’arte, denuncia politica o narrazione sociale? Le mille sfumature del selfie

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